Economia circolare, rifiuti come risorse nell’industria 4.0

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Focus sugli Stati Generali della Green Economy recentemente tenutisi a Ecomondo 2018

Fonte: Eurostat
Fonte: Eurostat

A margine della Fiera di Rimini, si sono tenuti a Ecomondo 2018 gli Stati Generali della Green Economy, con la nostra Rivista Manutenzione Tecnica & Management, abbiamo partecipato alla sessione dedicata alle nuove direttive europee per i rifiuti e l’E­conomia Circolare. Quest’anno è stato dedicato un focus specifico alle imprese e al piano Industria 4.0.

La gestione delle materie prime è uno dei cardini del piano Industria 4.0 che, nonostante i recenti disinvestimenti del governo, appare come la via maestra per dare un futuro al settore manifatturiero italiano.

La gestione dei rifiuti (urbani) in Italia è quella che è. Vincoli stringenti limitano la costruzione di impianti per il riciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti, indispensabili, almeno in questa fase, dove l’Economia Circolare muove ancora i primi passi.

Tali vincoli, assieme alla pessima stampa di cui immeritatamente godono questi impianti presso la cittadinanza, hanno alimentato una emergenza rifiuti che non dovrebbe esistere se solo ciascuno facesse la propria parte con responsabilità.

L’accumulo dei Rifiuti Solidi Urbani è arrivato ad essere così un grave problema per molte grandi città, e nei comuni che non si sono attrezzati con impianti all’altezza del compito o dove i cittadini sono meno disponi­bili a svolgere il loro dovere di preparazione del rifiuto in vista di un futuro trattamento o entrambe le cose.

Non è così per le imprese.

Le imprese italiane trattano circa l’’80% dei rifiuti prodotti, a fronte di una media UE poco superiore al 40%.

Oggi, nella sessione dedicata è stata ampiamente dibattuta la problema­tica del fine vita del rifiuto (“End of Waste”), che si innesta nel tema delle materie prime seconde, ossia, imitando la natura, delle materie di scarto di una azienda che diventano materie prime per un’altra azienda.

In tal senso, va migliorata la riciclabilità dei prodotti e sviluppato mag­giormente il mercato delle materie prime seconde e dei beni riciclati, affrontando le criticità generate dal mancato coordinamento tra la normativa sulle sostanze chimiche e quella sui prodotti e sui rifiuti, com­pletando la normativa sulla cessazione della qualifica di rifiuto (“End of Waste”).

Il recepimento del nuovo pacchetto di Direttive europee sui rifiuti e l’economia circolare, va uti­lizzato come occasione per consolidare i suoi punti di forza e per fare ulteriori passi avanti, an­che rafforzando il ruolo e le funzioni dei consorzi.

Le procedure per definire i protocolli del “End of Waste” però si sono rivelate lunghe ed ec­cessivamente dettagliate, come evidenziato da Sergio Cristofanelli (Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare) e da Stefa­no Vignaroli (Deputato, Commissione ambiente territorio e lavori pubblici), i quali per sempli­ficare le procedure, auspicherebbero una nor­mativa quadro che poi ciascuna regione possa applicare caso per caso.

I relatori hanno sottolineato che per rafforzare la prevenzione della produzione di rifiuti occor­re sviluppare ricerca ed eco-innovazione, l’e­co-design, le simbiosi dei processi produttivi, la gestione dei sottoprodotti, contrastare l’ob­solescenza programmata, migliorare la durata dei beni, gli utilizzi condivisi, la riparabilità e la riutilizzabilità dei prodotti.

In tal senso vanno valorizzate le nuove filiere produttive circolari, definendo gli oneri dovuti a carico dei produttori che siano proporzionali alla riutilizzabilità e alla riciclabilità dei rifiuti che derivano dai loro prodotti.

La riparazione e il riutilizzo rappresentano un settore importante dell’economia circolare per­ché permettono di estendere la vita utile dei prodotti, riducendo così la necessità di nuove materie prime, gli sprechi e tutti i relativi impatti ambientali negativi, e creano opportunità eco­nomiche e di lavoro.

La manutenzione è in prima fila per fornire le tecnologie, l’esperienza e i processi necessa­ri per attuare la riparazione, il miglioramento o aggiornamento tecnologico (upcycling) e il riu­so dei beni. Sono in fase di sperimentazione a livello scolastico e con il supporto dei FabLab, i processi per stimolare nei giovani la sensibili­tà verso il riuso e l’ammodernamento dei beni, indirizzando la loro naturale creatività verso gli obiettivi della Economia Circolare. Costituendo così una nuova generazione di tecnici preparati ad affrontare il tema delle risorse non rinnova­bili nell’ottica della sostenibilità.

Le regioni stanno investendo in questo senso, nell’ambito di programmi di sostegno all’inno­vazione finanziati da fondi europei.

Trovare risorse economiche da dedicare agli investimenti è una variabile critica.

Per la realizzazione degli obiettivi dell’econo­mia circolare, infatti, particolare attenzione e supporto vanno assicurati alle PMI anche con il ricorso a misure fiscali e agli incentivi del Pro­gramma Impresa 4.0.

Occorre applicare sull’intero territorio nazionale tariffe puntuali, premiali per le raccolte differenziate e proporzionate alla quantità e qualità dei rifiuti con­feriti nonché ai costi efficienti della loro gestione.

Per chiudere, ecco qualche notizia di carattere generale estrapolata dalla relazione riassuntiva del convegno.

L’Italia, per tasso di circolarità, con il 18,5%, è prima fra i cinque principali paesi europei e ha una buona produttività delle risorse. Il tasso indica la quantità di rifiuti raccolti, destinati al recupero dei materiali negli impianti di trattamento e reintrodotti nell’economia, risparmiando così l’estrazione di materie prime.

Nel 2016 sono stati riciclate in Italia 13,55 milioni di tonnellate di rifiuti ur­bani, pari al 45% dei rifiuti prodotti, collocandosi al secondo posto dietro alla Germania e risalendo di una posizione rispetto al 2014, con un’ottima performance in particolare nei rifiuti d’imballaggio.

Anche nel riciclo dei rifiuti speciali siamo fra i leader in Europa: nel 2016 sono state riciclate in Italia circa 91,8 Mt di rifiuti speciali, il 65% di quelli prodotti. Ciò pare dovuto alla scarsa disponibilità italica di risorse naturali e quindi ad una propensione al recupero della materia.

Infine, è importante l’impatto sui livelli di occupazione che comporta la Green Economy. Nei prossimi 5 anni si prevede che la Green Economy produrrà 370 miliardi di euro e 129 miliardi di valore aggiunto, con 440 mila unità di lavoro aggiuntive per ciascun anno, che salgono a 664 mila con l’indotto.

Un impatto del tutto simile alla manutenzione, che per due terzi del valore prodotto in media è manodopera, e solo per un terzo mezzi e ricambi.

Maurizio Cattaneo, Amministratore di Global Service & Maintenance

Pubblicato il Novembre 16, 2018 - (51 views)
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