Quali prospettive per l’uomo 4.0?

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Riflessioni in libertà sulle attese di un futuro sempre più High Tech

Quali prospettive per l’uomo 4.0?
Quali prospettive per l’uomo 4.0?

Nel passaggio dal segnale analogico (con un flusso apparentemente costante – senza soluzione di continuità - di suoni, colori, profumi…) a digitale in cui gli inputs assumono la forma di “quanti” tra sé indipendenti è dove si annida l’apparente dicotomia tra “come” percepiamo il mondo e” quanto” ciò sia oggettivo.

Da esseri viventi (ed in quanto umani con ben poche differenze di base rispetto agli altri nostri “conterranei”) percepiamo il mondo in cui siamo immersi, grazie ai nostri sensi più o meno sviluppati ed attraverso questi interagiamo con le altre specie del globo. E proprio in virtù della complessità di tali segnali, si creano relazioni e reazioni emotive estremamente variegate.

Tatto, vista, gusto ed olfatto (sensi molto simili tra di sé) oltre all’udito, sono i trasduttori che permettono di sopravvivere ed anche di divertirci, il che non guasta! Consentono di costruire una vita di relazione con i colleghi, la famiglia, gli amanti, proprio in virtù dei segnali mediati da una miriade di recettori che come tutti i sensori (naturali o meccanici) hanno determinate caratteristiche tecniche. Con determinati range e campi di applicazione, limiti di impiego in alto/basso… Ed anche uno specifico errore di misura, rispetto al cosiddettorumore di fondo.

Nel caso di noi umani alcuni dei sistemi (o capacità sensoriali) di cui siamo dotati, mostrano le oggettive limitazioni di impiego, quando l’uso improprio travalica il campo di progettazione originale. Da primati, tendenzialmente bipedi, abbiamo col tempo dato maggiore peso alla vista a discapito dell’olfatto o dell’udito, organi assai più preziosi in condizioni di scarsa illuminazione. Pare che nel processo di adattamento alla vita di cacciatori-raccoglitori legati alle savane sia stata premiata proprio la vista come strumento capace di codificare i pericoli più imminenti. Mentre nella foresta primigenia l’intrico di gli ostacoli fisici è aggirabile solo da un orecchio ben addestrato o da un fiuto eccezionale.

Nel corso della evoluzione, a seconda delle specializzazioni in cui i nostri antenati si sono cimentati, sono scaturiti gli adattamenti dei sensi più idonei a quel determinato contesto geografico. Grazie ad un processo di selezione che ha premiato i comportamenti più idonei. La visione stereoscopica,unita all’udito stereofonico ed al perfezionamento dell’orecchio interno per garantire l’equilibrio, consentono un geo posizionamento molto puntuale. “Io sono qui nel luogo XY etc”. Ulteriori sensazioni e suggestioni legate al tatto ed all’olfatto possono contribuire a definire meglio l’identità del luogo, anche per effetto di riferimenti emotivi, storici archiviati nella mia memoria.

La nostra esperienza empirica, quotidiana ci favivere in un ambiente apparentemente compatto, senza salti. Mentre in realtà i singoli segnali, se studiati in maniera approfondita ci dimostrano la loro intima realtà, essenzialmente digitale. La carenza di strumenti di indagine non ha permesso inizialmente di afferrare l’intima struttura della materia, anche se la teoria dei quanti era già oggetto di animata discussione alla fine della Prima Guerra mondiale. La fisica nucleare e le ricerche correlate poggiavano su solide basi teoriche, che scaturivano da indagini sperimentali il cui limite intrinseco (dati gli strumenti disponibili) era più che accettabile.

La luce con i suoi fotoni (quanti di energia) crea lo stimolo nel recettore (bastoncello o cono) della ns retina, che scatena la liberazione di un determinato mediatore chimico che a sua volta innesca una propagazione elettrica in un neurone specifico… alla fine l’immagine prende forma. Ed ha i colori che sfumano in un “pantone analogico” di tinte, a seconda del tipo di luce incidente del momento. I Macchiaioli ed i loro proseliti non avrebbero potuto sviluppare la personale percezione del mondo, nella maniera così struggente che noi oggi ammiriamo imprigionata su tele preziose, senza il contemporaneo progresso delle tecniche fotografiche che “fermavano” l’attimo fuggente.

Ma se tutto ciò può accadere e se nei milioni di anni trascorsi ha potuto essere trasmesso di padre in figlio, senza grossolani errori è proprio grazie al sistema più intimo di replicazione del nostro corredo genetico. Quell’insieme di informazioni cromosomiche racchiuse in una vera e propria cerniera lampo, i cui dentelli (solidi “mattoni” di una architettura infinitesimamente piccola) sono rappresentati dalle basi del DNA. Una sorta di codice binario (basato su 4 elementi chiave) che è in grado diriprodursi in maniera puntuale al ritmo di pochi minuti nei batteri (forniti diciamo di un processore “i7”) o delle diecine di anni nei sistemi animali più complessi (con un sistema stile “486”).

I Big Data e la nostra capacità di analisi

Il sapiens che è in noi (parliamo del design di base che ci distingue a livello di specie) è sostanzialmente il solito da diverse decine di migliaia di anni. Ciò che è variato in questi lunghi periodi di “ominazione” è essenzialmente il contesto ambientale e la capacità di manipolare il territorio e le risorse disponibili, grazie al pollice contrapponibile ed alla spiccata tendenza a formare “gruppi di lavoro” organizzati. Caccia, agricoltura, trasporto, sono tutte attività che richiedono un gioco di squadra per funzionare meglio; non a caso di pari passo al nostro incontenibile sviluppo demografico si sono aggregati nei primitivi insediamenti i predatori per antonomasia. Ovvero i Lupi i “canidi della prima ora” che hanno ben compreso il vantaggio della sinergia non competitiva. Oggi i cani sono considerati simpatici animali da salotto nelle moderne versioni, o “razze” più edulcorate.

Noi uomini non siamo vocati al “multitasking” e ci distraiamo facilmente se un segnale forte invade la nostra sfera o ambiente di lavoro. Siamo portati a concentrarci in una determinata attività in cui riversiamo lo specifico sapere (la figura dell’artigiano è quella che meglio rende tale integrazione funzionale tra competenze ed oggetto compiuto) per poi dedicarci ad altro. Non a caso è stato proibito l’uso degli smartphone durante la guida di un veicolo; ma anchel’autoradio, se utilizzata ad un volume eccessivo può creare disturbo e rallentare i nostri riflessi.

Le grandi “folle oceaniche” ci fanno smarrire i riferimenti etnici; mentre alcuni possono esaltarsi travolti dal consenso plateale, perdono tuttavia la percezione dei singoli componenti la piazza. Incapaci di percepirne le sfumature o differenze di sesso, età etc. Come quando in teatro durante un “crescendo” operistico siamo avvolti ed immersi in una sintesi inebriante (l’armonia appunto) e perdiamo di vista le singole note o gli stessi accordi; come è giusto che sia.

Un potente elaboratore avrebbe la capacità di “spezzettare” tale realtà sinfonica (ovvero unita) individuando pregi, difetti, lievi ritardi di un attacco, per poi rendere il tutto sotto forma di statistica, per eventuali elaborazioni future; ma il pathos va a farsi benedire! I codici numerici permettono la conservazione e riproduzione a richiesta, sempre immutabili; ciò vale per le immagini (foto, film, video) come per i suoni, ed anche (all’estremo, in termini bio-etici) per i componenti dei nostri corpi. Oggi si possono clonare “spare parts” dei nostro organi principali, conservandole nel modo migliore per il bisogno futuro.

Quanto siamo preparati per questi task? La domanda è lecita, ma dobbiamo essere consci che il mondo “immateriale” (meglio che virtuale come spiega S. Quintarelli nel suo bel volume Costruire il domani) è subito fuori della nostra porta di casa. Per correre verso nuove mete non aspetta il nostro consenso, per informato che sia!

Procede a ritmi vertiginosi, in maniera esponenziale “facendosi baffi” di eventuali perplessità da oratorio, con cui proviamo talvolta a confutare il processo “4.0” e simili. L’alternativa è conoscere (come in qualunque rivoluzione tecnologica che ha preceduto l’attuale) più a fondo possibile, per governare entro certi limiti tale fenomeno. Un processo che si autoalimenta in quanto prende forza dalle nuove tecnologie sempre più efficaci, che vengono incubate proprio in ambienti specifici, votati a ciò. Con linguaggi, tecnologie ed infrastrutture sempre più oscure per “i non addetti”.

È un bene, o un male tutto ciò? Semplicemente “è” quindi esiste e dilaga. Per i più giovani, non necessariamente legati ad un livello di censo particolare (il fenomeno è molto più democratico di altri del passato) si tratta di una routine a cui sono avvezzi, e di cui attendono impazienti gli ultimi sviluppi… Per gli adulti di scuola umanistica lo sforzo di adattamento è importante. Ma scuotere semplicemente la testa, girandosi dall’altra parte non aiuta.

Giuseppe Adriani, Referente Area “Ingegneria di Affidabilità e di Manutenzione”, CTS Manutenzione T&M

Pubblicato il Gennaio 15, 2018 - (153 views)
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