Arti marziali e Asset Management, un connubio ardito?

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Forse non così tanto, anche in un mondo complesso come quello dei trasporti

Arti marziali e Asset Management, un connubio ardito?
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Manutenzione, Asset Management… quante volte ci si è sentito dire che sono temi legati ad aspetti tecnici, dei quali dunque si occupa “al più un ingegnere” che poi, nel caso, riferirà alla produzione, all’amministrazione, agli acquisti?

Vero, molto si è fatto in questi anni per diffondere la cultura della manutenzione, e grazie all’approccio 4.0 si sono cominciati ad abbracciare aspetti trasversali all’organizzazione di un’azienda che prescindono dalle mere attività di preventiva e correttiva, indicando la strada verso la predittiva e soprattutto verso quella “integrazione orizzontale e verticale dei processi” teorizzata prima a livello di ricerca universitaria e oggi sostenuta da precisi incentivi economici da molti governi.
Ma ancora non basta: è il momento di riesaminare qualche concetto fondamentale non solo all’interno del mondo industriale, tutto sommato fatto di Organizzazioni più facilmente “leggibili”, ma anche di quello dei trasporti, maggiormente complesso per la presenza di stakeholder che vanno da chi richiede i servizi a chi li finanzia, da chi acquista gli asset a chi li utilizza, da chi ne propone il rinnovo a chi poi deve mantenerli in efficienza… proviamo a farlo utilizzando un punto di vista particolare, ma centrato, quello della pratica di quelle discipline orientali definite “arti marziali”.

Processi, strumenti e percorsi da seguire

Chi ha studiato organizzazione aziendale sa che vengono proposti corsi di ogni genere (TPM, Lean, Six Sigma…) che possono portare, in alcuni casi, a riconoscimenti e certificazioni come esperti, master o… “black belt”. Allora indossiamola davvero questa cintura nera, e guardiamo il mondo (della manutenzione e dell’asset management) dal punto di vista del Sensei, ossia del Maestro di arti orientali. La parola, non a caso, comprende anche il significato di “colui che esercita la libera professione”. Un punto di vista esperto ma distaccato, super partes, insomma.
E cominciamo con gli elementi fondamentali che vogliamo vedere nel nostro dojo, volendo individuare con tale termine l’ambiente di lavoro in esame. Ne individuiamo cinque:

  • Ai - Letteralmente “unione”, spesso associato ai concetti di unificazione, di conformità, che va intesa spiritualmente nell’ambito di un gruppo (una casa, quella ricordata dall’omonimo ideogramma) e di un flusso. È l’elemento di coesione fra gli elementi considerati.
  • Ki - Si tratta di un concetto ben più noto (il “chi”, per molti cinesi) che racchiude in sé lo spirito da impiegare in un’iniziativa, la forza vitale che porta a condurre la stessa e che si ritrova nelle persone che prendono parte ad un’impresa e, se correttamente gestito, nell’impresa stessa.
  • Kara - Il “vuoto”, ossia l’assenza di strumenti, armi, distrazioni, la capacità di svolgere un lavoro con la concentrazione finalizzata allo scopo in sé.
  • Te - La mano, il metodo, i tool. In manutenzione possiamo pensarli come i sistemi hardware e software di controllo, ma in primis come gli utensili, gli strumenti di misura, i ricambi.
  • Do - È la via, ossia il percorso da seguire, fatto spiritualmente di conoscenze, competenze, abilità da mantenere e accrescere nel tempo nell’ormai noto spirito del miglioramento continuo. Si tratta della componente essenziale nella gestione delle risorse umane, che è in primis gestione di sé stessi. Del proprio spirito (ki), delle proprie risorse (te). Nella capacità di operare in armonia (ai) con la squadra con la necessaria forma mentis (kara).

Abbiamo familiarità con questi concetti? Sappiamo combinare correttamente il nostro spirito con quello degli altri in un percorso di miglioramento dei processi aziendali? Sappiamo orientare tale percorso all’uso corretto degli strumenti concentrando l’azione verso un obiettivo?
Se la risposta è sì, non siamo solo bravi asset e maintenance manager, ma possiamo aspirare alla “black belt” di Aikido e Karate.

Le arti marziali nella manutenzione

Karategi indossato, cintura allacciata, iniziamo il nostro allenamento.
Prima di tutto il Taiso, la ginnastica finalizzata a preparare il fisico che sul campo di lavoro è costituita dal ripasso mentale di tutti i metodi e gli strumenti che devono essere conosciuti. Soprattutto è richiesta una profonda conoscenza del “corpo”, in questo caso di tutti gli asset di manutenzione (flotte, sistemi di rifornimento, officine, depositi, impianti di trasporto), dunque degli aspetti più operativi: ci si deve sempre sporcare le mani nelle officine di manutenzione, nei servizi di piazzale, senza mai dimenticare le peculiarità dell’esercizio. Ginnastica è saperli svolgere tutti, questi “mestieri”, con approccio interdisciplinare. Non è cosa da neofiti, cinture bianche messe in ufficio a fare GANTT dopo un corso di PM, né da cinture marroni esperte in diagnosi e ricerca guasti, è materia da chi porta cicatrici. La cintura deve diventare nera e sfilacciata.

E veniamo ora all’attività di manutenzione vera e propria, scendiamo sul tatami.
La progettazione, l’esecuzione della manutenzione preventiva e il suo miglioramento continuo in chiave predittiva, richiedono conoscenza di operazioni base combinate secondo schemi efficaci, da eseguire in maniera precisa, completa, efficiente. Occorrono dunque attenzione estrema ai dettagli, capacità di concentrazione, abilità di esecuzione tipiche dei kata, le forme base del karate, la cui strutturazione parte da quelli base (gli heian o pinan) fino a raggiungere difficoltà tecniche elevate.

La manutenzione correttiva richiede invece capacità di elaborazione delle informazioni in tempo reale e velocità di esecuzione di attività che cambiano di volta in volta, senza schemi prestabiliti: intuito, conoscenza dei guasti, esperienza sono le abilità principali che hanno carattere prevalentemente tattico. Un vero e proprio combattimento quotidiano (kumite) che anche in questo caso può evolvere da semplici esercizi-base da attuare all’inizio o alla fine della vita utile di un bene, in corrispondenza di ben note aree sottese dalla curva del tasso di guasto, a complessi interventi a fronte di problemi di natura casuale che richiedono grandi capacità di studio.

In entrambi i casi, si tratti di un esercizio solipsistico o di allenare e condurre una squadra, l’elemento centrale è quello umano, con i suoi soft skill e con le abilità che possono essere incrementate nel tempo solo attraverso un rigoroso percorso (il do) che deve essere esso stesso progettato e controllato nel tempo. Occorre qui seguire quanto proprio nel mondo dei trasporti è prassi consolidata in ambiti quali quello aeronautico, navale, ferroviario, ossia la definizione e l’adozione di un Sistema di Acquisizione e Mantenimento delle Competenze (SAMAC), in questo caso orientate alla manutenzione.
Per inciso, lo stesso non trova oggi applicazione nel trasporto stradale, sia esso inteso come autotrasporto sia come trasporto pubblico locale o comunque svolto con flotte di veicoli destinati a servizi di interesse pubblico. Eppure, a ben vedere, proprio questo è l’ambito nel quale si registra il maggior numero di sinistri (anche gravi) nonostante l’esistenza di standard orientati al miglioramento continuo quali l’ISO 39001. Meno che meno è controllato e gestito il sistema di trasporto privato individuale, in cui esiste solo una serie di riferimenti prescrittivi (il Nuovo Codice della Strada ed il suo Regolamento Attuativo) e di titoli abilitativi soggetti a rinnovi non particolarmente gravosi. Niente ki, in questo caso.
Sospendiamo l’allenamento, passiamo alla meditazione.

È il momento di concentrarsi sull’asset management, legato alla strategia e di conseguenza alle scelte di rinnovo dei parchi che comportano di pensare ai sistemi di propulsione, alle mission da assegnare, agli impianti di ricarica, di alimentazione, alle infrastrutture sul territorio, alle abilità necessarie, al segmento di mercato (corrente e potenziale) del quale si vogliono soddisfare le esigenze di mobilità. È qui che diventa essenziale il concetto di vita utile dei beni e di controllo rigoroso e costante delle performance tecniche (ed economiche) degli stessi durante l’intera vita utile, onde evitare scelte che possono essere influenzate da condizionamenti esterni impropri… un maestro di Arti Marziali deve risultare imperturbabile. Le scelte sbagliate si ripercuotono infatti sui costi di sistema, amplificandoli nel tempo, e sull’organizzazione dello stesso, rendendolo incapace di migliorarsi con la necessaria velocità rispetto alle ineluttabili fluttuazioni delle condizioni al contorno (assenza di resilienza, per usare un termine alla moda).

Torna utile qui il paradigma 4.0, inteso come sistema di tecnologie e metodi orientati a far sì che tutti gli elementi considerati, ossia gli asset, i processi, le persone, si possa svolgere un’azione coerente, armoniosa (l’ai). Il controllo dei KPI, soprattutto attraverso un vero approccio “Manutenzione 4.0” sull’intera vita utile dei beni, l’interazione continua fra le risorse, i ritorni verso la formulazione dei processi, soprattutto nel campo dei trasporti, non è facile: in taluni casi i beni sopravvivono alle aziende, non viceversa!

E infine la parte più difficile, la vera sfida per l’asset management manager: il ki. La mission aziendale, non va dimenticato, è una sorta di luce guida di cui tener sempre conto quando si operano le scelte, e in questo senso l’asset management manager e l’ingegnere di manutenzione devono avere entrambi una visione strategica, nella quale inserire la programmazione della spesa, orientandola all’intero ciclo di vita degli asset. Il Ki rappresenta, in questo caso, il senso stesso dell’impresa (ki universale), che deve essere tradotto in programmi coerenti (ki della specie) così da essere compreso e pervadere tutti gli aderenti all’Organizzazione (ki individuale). Ecco il vero senso, profondo e non scontato, della formazione continua.

Conclusioni

L’asset management manager e l’ingegnere di manutenzione sono veri e propri guerrieri del nostro tempo, capaci il primo di orientare le squadre al risultato facendo fluire i processi nel modo più semplice, armonioso, efficiente ed efficace possibile (aikido), il secondo di dirigere il lavoro coniugando sapientemente gli strumenti e le capacità ora seguendo piani precisi di preventiva, ora, giocoforza, adeguando le tattiche all’imprevedibilità della correttiva (karate). Entrambe le figure seguono percorsi (do) di conoscenza crescente che deriva da un sapiente mix di ricadute di esperienza e apertura a nuove tecniche, metodi, strumenti.
Dopo quarant’anni di frequentazione di dojo, il paragone appare tutt’altro che azzardato.


Alessandro Sasso
 

Pubblicato il Giugno 10, 2021 - (8 views)
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