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Racconti di uomini e luoghi in un’acciaieria del nord Italia, a cura di Lorenzo Valmachino (capitolo 5)

Gianfranco Trevisan “riabbraccia” dopo tanti anni la sua pianta della Cabina Collettrice
Gianfranco Trevisan “riabbraccia” dopo tanti anni la sua pianta della Cabina Collettrice

Siamo infine giunti al termine di questo racconto, il capitolo che conclude l’avventura di Gianfranco Trevisan, un lungo viaggio nella storia di un “uomo di manutenzione” che, come tanti di voi, lavora nell’ombra senza farsi notare... perché si sa, il lavoro del manutentore è ingrato... il manutentore si nota solo se qualcosa va storto... Senza proseguire oltre, vi lasciamo al resto della storia. Non prima di aver ricordato Lorenzo Valmachino, ideatore e ispiratore di questo lavoro, che ringraziamo per aver voluto condividere con noi, e con voi, questa straordinaria avventura.

Alessandro Ariu

 

Un’altra lunga avventura

C’è un lungo silenzio e la parola “meraviglia” è nell’aria e, forse, mi mette nella condizione di spirito adatta per provare quella sensazione rara di aver viaggiato non solo nel tempo, ma anche nello spazio e mi ritrovo collegato e divi­so perché anch’io una volta ho avuto un’idea e l’ho avuta proprio insegnando alla stessa scuo­la di fabbrica [Progetto Formazione, “Corso di qualifica per manutentore industriale”, sede di Chavonne (Ao)], che però non è più la stessa, è la versione nuova, postmoderna, e infatti non si chiama più “scuola”, si chiama “progetto”.

Così, nella mia “area di competenza settoriale” decisi di accostare alle norme del CEI – Comi­tato Elettrotecnico Italiano – un’idea audace, come quella di Trevisan, non settoriale, univer­sale: per avere un mestiere devi sapere sogna­re. Anche la mia idea, come la sua, aveva una forma materiale: i mulini di Barbegal, perché è una storia che racconta come l’immaginazione possa precedere il pensiero e l’abilità. Anche la mia idea, come la sua, aveva una coscienza sociale: “La Fattoria degli Animali”, perché la tecni­ca mette in gioco anche il potere, l’esclusione e la diseguaglianza. Poi ho la sensazione che qualcuno mi appoggi una mano sulla spalla, come per chiamarmi, guardo Trevisan che si è accorto di qualcosa e mi sorride e ricomincia il nostro andirivieni nel tempo - La mia è stata una vita… molto, come dire, avventurosa -.

Mi racconta della Breda e della Brambilla, acciaio e tessile, ed è già scritto da qualche parte che sarò romantico per la seconda volta perché, ignoro le ragioni, ma immagino un ragazzo ed una ragazza, un amore adole­scenziale, che si aspettano alla fermata del tram, immersi nella nebbia.

Breda: si verifica un guasto al trasformatore principale. È il periodo di Sant’Ambrogio. In stabilimento non c’è nessuno. Prelevano Trevisan da casa in piena notte e lo portano giù. Oltre il muro di cinta della fabbrica vede una cabina dell’Enel: ci si collega con un cavo volante - quelle cose che si facevano una volta -. Rimettono comunque in servizio il trasforma­tore ed i tecnici locali, nei giorni successivi, si potranno occupare della parte ausiliaria. Quella notte però, maledetta fretta, era partito con un piumino – sa, quei bei piumini color azzurrino… la sera son tornato a casa che era nero. Mia moglie più nera ancora -. Le donne: lui riavvia la Breda, lei lo riprende per il piumino sporco.

Brambilla: entra, ascolta, non sente nulla. La centrale è completamente ferma. - […]Quella sensazione di uno stabilimento… silenzioso, dove non senti quel 50 “periodo” al secondo nelle orecchie… tu entri, devi sentire quel rumore. Senti la potenza che hai dietro, ma la frequenza ce l’hai nelle orecchie. Entri in una centrale spenta, con magari due lampadinette accese nella sala quadri, ti prende l’angoscia -. Sembra dipinto da un espressionista. - Proprio è… un fallimento. Capisci che è un fallimento che sia ferma. Le macchine devono girare. Sempre. Giorno e notte. Giorno e notte. […] e lì è cominciata la mia avventura alla Brambilla -.

Potrei raccontare altre storie di questo signore serio e dignitoso, che ha amato il lavoro senza cadere nel materialismo; cercare logiche e linee coerenti nel vissuto che ancora mi racconta ed usarle per dimo­strare qualcosa. Potrei approfondire i temi che percorrono tutta l’in­tervista: l’impegno a lungo termine, la vocazione e l’autostima, il calore dell’abilità tecnica, il legame intimo tra il sentimento della sensatezza e la progettualità, il bisogno di uma­nizzare il lavoro. Affido, invece, al magico ed al sospeso l’ultima parte del racconto di vita e lavoro dell’i­nossidabile Trevisan:

- Io devo, lo dico sempre, devo molto alla Cogne. Molti sembra quasi che subiscano il lavoro; io invece me lo andavo a cercare. Mi piaceva fare le cose e allora ci tenevo - .

- Allora ero una scheggia: giovane, volenteroso, mi piaceva il mio lavo­ro, non c’era niente che mi… - fer­masse; ne sono certo, Gianfranco, si sente.

- È stata veramente una bella car­riera; lo dico sempre e dico la ve­rità: …avrei potuto…, avrei avuto l’opportunità, quando sono scadute le concessioni delle acque e le cen­trali sono passate all’Enel, a me è stato chiesto se volevo andare all’E­nel […]. Io: “no” – e si rivolge alla stessa persona e gli dice le stesse cose e nello stesso modo di tanti anni prima - “guardi, ho lavorato per la Cogne, sono stato trattato bene…mi sembra quasi di tradire la Società” […] -.

- La Cabina Collettrice? Conosco ogni bullone, l’ho fatta nascere e l’ho fatto volentieri -.

- Quando il perito Frassi, che era quello che ave­va allevato tutti i periti della Cogne, quello che aveva l’Olivieri e Ravelli stampato nella testa, tre volumi, ma li aveva tutti qui, quando arrivava da me [in Cabina Collettrice] diceva: “ Trevisan, questa è la Svizzera della Cogne” –.

- All’ingresso […] c’era un’aiuola con piante di rose, coltivavo le rose. Quando erano pronte ve­nivo qui dalle varie segretarie […] e allora trac­chete, foglietto di giornale e tracchete. Allora c’erano i primi fax e non tutte sapevano usarli […]. Allora dovevi andare dalla segretaria giu­sta, che sapeva farlo funzionare, e ti faceva il piacere di farlo senza stare tanto lì, burocrazia, a chiedere al capo… un bel mazzetto di rose – i mazzetti di rose contro la burocrazia, penso e sorrido contento di averlo incontrato. - Op­pure sapevo che la moglie di un dipendente era all’ospedale: “tagliati le rose e gliele porti”. Era… molto…molto famigliare. Cose che adesso penso che… - che non ci siano più, semplicemente.

Poi, tutto il mondo si stringe per ascoltare:

- Ho un figlio disabile. Mi chiedevo cosa avrebbe fatto nella vita, perché ha una disa­bilità grave. Al ché mi sono iscritto all’As­sociazione Valdostana Famiglie Portatori di Handicap. Ci abbiamo messo vent’anni per avere il centro agricolo di Ollignan. E’ un cen­tro agricolo costituito […] da ragazzi disabili: è il fiore all’occhiello della regione. - Un’altra lunga avventura: - dall’80 al 2000 per averlo […]; nel 2000 abbiamo inaugurato[…] con tre soci fondatori: il presidente dell’associazione, l’ Institut Agricole e la Regione. […]Ci senti­vamo in una botte di ferro […], invece, i primi anni, abbiamo tribolato finché abbiam voluto […]. Mi hanno chiesto subito di fare il presi­dente […], ma una fondazione è una fondazio­ne… “non me la sento…”, ho detto […], ci sono tante di quelle leggi, leggine, procedure… “non me la sento”; però, nel frattempo, ho studia­to…e dal 2005 sono diventato presidente del­la fondazione. […] Siamo arrivati ad ospitare 35 ragazzi… e sa, anche dare lavoro a tutti, a ciascuno secondo le sue capacità […], al me­glio, […] perché si sentano responsabilizzati… - non deve essere facile, ma questa è un’altra Grande Storia del Grande Capo Trevisan.

Pubblicato il Giugno 4, 2018 - (39 views)
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