Longevità, donare una seconda vita ai beni patrimoniali

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Impariamo a fare della fabbrica un centro di manutenzione che mantenga all’interno dell’impresa competenze preziose, sia per l’evoluzione e lo sviluppo dell’apparato produttivo sia per pensare all’Economia Circolare dentro i reparti

Longevità, donare una seconda vita ai beni patrimoniali
Longevità, donare una seconda vita ai beni patrimoniali

Chiamateli asset, chiamateli beni patrimoniali, ma solo con l’elisir di lunga vita, a livello sistemico, potete cavarci un guadagno. No longevità, No affari. Benedette siano le imprese che utilizzano le materie prime seconde. “Beati siano quelli che donano la vita, anzi una seconda vita, ai beni patrimoniali, perché di essi è il regno dei cieli”. 

ReTuna, celebre centro commerciale svedese per la riparazione e la ri-valorizzazione (upcycling), cavalcando lo slogan “qui il vecchio diventa nuovo” ha organizzato il modo più intelligente per fare affari dal punto di vista climatico. 

Si parla da qualche anno di Economia Circolare, da un decennio di Industria 4.0 (iniziò la Germania nel 2011). Le sfide ambientali e climatiche impongono sempre più stringenti investimenti da parte degli stati e delle imprese che sono orientate a perseguire importanti efficienze in questo campo. In definitiva quindi la Economia Circolare non rappresenta uno dei possibili sviluppi del sistema economico, ma l’imprescindibile direzione verso la quale il mondo si sta orientando. 
Siamo ancora una volta a scrivere della Economia Circolare? Si, e cogliamo l’occasione del focus di questo mese sulla gestione dei beni patrimoniali (Asset Management) per aggredire di nuovo anche il tema della longevità. 

Non c’è Economia Circolare, se poi i beni patrimoniali ammettono un fine vita che li porta in discarica sopra un mucchio di rifiuti. In fondo la questione della longevità è semplice. Non dobbiamo far altro che dare ai beni la vita eterna. 

Oggi fra le tante cose che non vanno per il verso giusto c’è anche l’imperversare del Covid. Ma a quanto pare la pandemia può nascondere più di una opportunità. 
Le recenti vicende legate al Covid hanno accelerato la costruzione dell’Economia Circolare, con un generale orientamento verso politiche verdi (green), sia da parte degli stati, sia da parte delle imprese e dei singoli cittadini. Ci è voluto un istante, perché l’industria automobilistica si convertisse all’elettrico. Per fare solo un esempio sotto gli occhi di tutti. 

Cittadini e imprese sono circondati da offerte e agevolazioni di ogni tipo, sedotti dalla politica a spendere perché una parte non omeopatica dei quattrini la metterà lo Stato, ossia la collettività, ossia noialtri con i nostri risparmi. 

Ecco dove stanno finendo le tasse che paghiamo: nella più colossale ristrutturazione del mondo per come lo conosciamo, con la speranza collettiva che i denari siano spesi effettivamente per una rivoluzione e non per una restaurazione. 

La politica apre il portafoglio un po’ dappertutto: 1.000 miliardi di euro la Comunità Europea nel nuovo patto verde per le giovani generazioni (Green New Deal, Next Generation EU); 1.900 miliardi di dollari il Governo USA, solo per rilanciare l’economia soffocata dalla pandemia, ma poi ce ne sono altri 3.000 per il rinnovamento delle grandi infrastrutture. 

La spesa pubblica non è più un limite da mantenere sotto controllo, perché se vuoi veramente raggiungere obiettivi elevati entro il 2050, che non sembra, ma è dietro l’angolo, non ci sono alternative all’Economia Circolare e a tutti i suoi derivati sul piano delle risorse, dell’energia, dell’inquinamento e dello sfruttamento della Terra. E per sostenere questa alternativa servono un mucchio di soldi. 
L’azione delle imprese, del manifatturiero in particolare, è essenziale, perché sono proprio le imprese ad utilizzare le cd materie prime seconde, una prima scorciatoia per emulare i grandi successi che la Natura ha ottenuto in anni e anni di evoluzione. 

Le materie prime seconde sono l’esempio lampante di circolarità: gli scarti di una impresa sono materie prime per un’altra impresa. Tuttavia, questo non basta. Ed ecco che compare all’orizzonte la longevità. 
A mio parere, sul piano della longevità, le imprese hanno tutto da imparare dai risultati ottenuti dalla cd società civile. 

Si va dagli esperimenti avanzati di riparazione finalizzata a rimettere in pista gli oggetti guasti, alla creazione di “nuovi” oggetti nati dalla evoluzione di quelli “vecchi” guasti o anche semplicemente divenuti obsoleti. 
Riuscire ad abolire o quanto meno mitigare l’obsolescenza tecnologica, un vero cancro prodotto dalla cd “società dei consumi”, risolleva le sorti della longevità facendo ben sperare in un avvenire che tende verso l’eterno. 

Diversamente dagli organismi viventi che nascono e muoiono seguendo i ritmi della Natura e che la stessa Natura si occupa poi di riciclare, gli oggetti creati dall’uomo se riparabili “buoni come nuovi”, sono potenzialmente eterni, sia che siano effettivamente utilizzati, sia che siano abbandonati in discarica o negli oceani. 

Senza la cura dell’uomo gli oggetti privi di manutenzione si guastano e diventano inservibili, ma alcuni come certe plastiche possono rimanere coesi per millenni, ancora più lunga è la vita “inutile” degli scarti radioattivi. Quindi il problema è duplice: non servono più e non sono veloci da smaltire. 
In Italia ci sono numerose persone che si dedicano con passione alla manutenzione del riciclo, del riuso, dell’ammodernamento, della ri-valorizzazione (upcycling) di oggetti altrimenti destinati ad essere abbandonati, lasciando la terra inquinata e progressivamente sempre più povera di risorse, fino alla fine della nostra civiltà. 
Capite il valore della manutenzione? 
Non è solo questione di riciclare i rifiuti. Pratica inseguita e perseguita da tutte le amministrazioni pubbliche. 
Ci sono manutentori-trasformatori che sanno costruire una borsa da uno striscione di una mostra appena conclusa, ridare vita ad una bambola rotta o ad un elettrodomestico che funziona male, o trasformare una vecchia finestra in un oggetto di design. “Azioni che permettono a questi oggetti che la gente butta via, di avere una seconda vita evitando, al tempo stesso, di sovraccaricare le discariche”. 
Queste pratiche prevalentemente manuali e poco automatizzabili richiedono risorse umane immense, intellettuali e fisiche, ma consumano pochissime risorse materiali. L’esatto opposto delle imprese di oggi dove il capitale tecnologico e impiantistico, sul piano quantitativo sovrasta di parecchie lunghezze il capitale umano. Manutenzione e occupazione, un tema che fu al centro del XVII Congresso Aiman (Bologna, 1997). 
Impariamo a fare della fabbrica un centro di manutenzione che mantenga all’interno dell’impresa competenze preziose, sia per l’evoluzione e lo sviluppo dell’apparato produttivo sia per pensare all’Economia Circolare dentro i reparti. Chiamatela 4.0 o quel che volete, purché siate consapevoli che “una manutenzione avanzata determina la redditività della fabbrica di domani”.

Maurizio Cattaneo
 

Pubblicato il Aprile 9, 2021 - (12 views)
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