Il futuro della tecnica e del lavoro nella quarta rivoluzione industriale

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Il lavoro nell’Industria 4.0, spunti di riflessione sul convegno “Il futuro della Tecnica. Il futuro del Lavoro”, tenutosi a Forlì il 23 e 24 novembre

Il futuro della tecnica e del lavoro nella quarta rivoluzione industriale
Il futuro della tecnica e del lavoro nella quarta rivoluzione industriale

La regione Emilia-Romagna (ER), è all’a­vanguardia in Italia, nel promuovere e so­stenere l’industria 4.0, basta osservare quel bel volume pubblicato quest’anno da Aster, Industria 4.0 in ER, dove viene illustrato ampiamente l’ecosistema regionale dell’inno­vazione industria 4.0. Aster è la società con­sortile dell’ER per l’innovazione e il trasferi­mento tecnologico al servizio delle imprese, delle università e del territorio.

Da segnalare poi la literacy della Romagna, per ciò che riguarda le nuove tecnologie e l’organiz­zazione. Da segnalare inoltre la campagna con­dotta da ER Big Data Community, “From Volume to Value”, sull’impiego dei Big Data.

Non deve stupire quindi che proprio a Forli si si­ano dati convegno i maggiori esperti italiani della materia: Enrico Giovannini, ex Ministro e unico italiano a far parte del think tank ILO “Global Com­mission of the Future of Work”, Alberto De Toni, Rettore della Università di Udine e professore di ingegneria Economico-Gestionale, Enzo Rullani, Università Ca’ Foscari di Venezia, Professore di Economia e Gestione della conoscenza, Federico Butera, Politecnico di Milano, Professore emerito di Scienza e Sociologia dell’Organizzazione, Luca Beltrametti, Università di Genova, Dipartimento di Economia, Pietro Greco, giornalista scientifico e scrittore, e molti altri.

Secondo Beltrametti, il dibattito sulla Industria 4.0 (estensione italiana della Industrie 4.0 che la Germania avviò nel 2011) è stato viziato, da un duplice ordine di errori, di segno opposto. “In primo luogo, è passato, implicitamente, il messaggio che le imprese debbano compiere un salto tecnologico radicale che richie­de necessariamente, da subito, investimenti molto importanti; in secondo luogo, si è fatta strada l’idea che, una volta compiuto questo cambiamento tecnologico radicale, sia sufficiente «premere il bottone» di avviamento dei nuovi impianti per entrare in una nuova dimensione economica” … “Questi messaggi impliciti, sono particolarmente sbagliati e pericolosi per il sistema delle piccole e medie imprese del nostro paese” … “Occorre pertanto svilup­pare una capacità di gestire il cambiamento che non è solo tecnologico ma anche culturale, organizzativo e di strategie aziendali…” (Luca Beltrametti, La fabbrica connessa. La manifattura italiana verso Industria 4.0, 2017).

De Toni e Rullani, mettono invece l’accento sul “fattore umano”. La rivolu­zione digitale in atto lungi dal portare verso una società distopica, va consi­derata per quello che è, ossia una transizione da un paradigma ad un altro, con la creazione di un nuovo ambiente di riferimento che coinvolge tutte le sfere dell’individuo personale, sociale, culturale, politica.

Nella storia della modernità abbiamo attraversato più volte cambi di para­digma, dall’agricoltura, all’industria e infine al terziario, con travaso degli occupati da un paradigma all’altro, ora a causa della rivoluzione digitale, stiamo andando verso un “quaternario” che si prevede assorbirà i disoccu­pati generati dalla rivoluzione digitale.

Ma in cosa consiste il quaternario?

De Toni sostiene che per capirlo occorre esplorare la complessità, resa pos­sibile dalla “feconda interazione fra le nuove tecnologie digitali e la creatività degli uomini, creando nuovi prodotti, nuovi servizi, finora non realizzabili in modo economico”.

Secondo Rullani, “nel circuito della produzione materiale, la complessità che era nemica, diventa amica, perché la sua esplorazione e crescita man mano diventa governabile e crea valore nel cir­cuito del consumo, del terziario e della pubblica amministrazione”.

D’altro canto, per Beltrametti il cambio di para­digma richiederà del tempo, almeno una decina d’anni, e darà la possibilità alle imprese di adottare una strategia graduale connettendo macchine an­che vecchie, analizzando i dati che si hanno, per capire quali tecnologie davvero sono necessarie. Il confine fra ordine e disordine, disegna un’area di indeterminatezza dove si colloca l’innovazione e la creazione.

De Toni suggerisce la metafora della cresta dell’onda dove si situa il confine fra la comples­sità governabile e ordinata, quella che sfrutta il surfista per intenderci, e il caos sottostante, dove l’onda cede tutta la sua energia e si infrange.

Si fa strada quindi una innovazione dialettica tesa fra Human Driven e Digital Driven, concludendo alla fine del discorso che “le macchine sempre più intelligenti, riportano l’uomo al centro, con l’innovazione human driven, nell’esplorazione della complessità” … “L’innovazione human dri­ven aumenta il valore mentre l’innovazione digital driven aumenta la replicabilità”.

E il quaternario per esplicare tutto il suo potenziale “sta aspettando gli uo­mini 4.0”.

Nel frattempo, viviamo in Italia una terra di mezzo, dice Rullani, “dove il vecchio non funziona più e il nuovo non funziona ancora” … “il vecchio edificio si sgretola, i suoi materiali danno luogo ad un cantiere dove si può ricostruire un nuovo edificio”, ma solo se ne abbiamo la visione. Questa è la situazione di oggi.

Riusciremo a costruire in tempo il nuovo edificio?

Come risolveremo il dilemma esternato da Pietro Greco: “un futuro senza lavoro o un futuro senza fatica”?

L’Italia pur essendo la seconda nazione manifatturiera d’Europa dopo la Ger­mania, sconta un ritardo stimabile in circa 25 miliardi di euro l’anno di mancati investimenti in innovazione tecnologica rispetto alla media europea il cui costo, considerando l’effetto moltiplicatore del digitale, è valutabile in circa 2 punti di Pil e nella mancata creazione di circa 700mila posti di lavoro (Elio Catania in La fabbrica Connessa. La manifattura italiana verso Industria 4.0, 2017).

Il convegno lascia aperto il dibattito fra tecno-entusiasti e tecno-pessimisti, ci sono però dei percorsi indefettibili: l’affermarsi di un nuovo modello di apprendimento creativo, la formazione di una nuova generazione di tecnici, l’accettazione della instabilità e dell’insicurezza come cifre della nuova so­cietà, dove però ci sono dei regolatori come l’innovazione sostenibile e la responsabilità sociale.

Nonostante i ritardi siamo comunque nel sentiero ormai tracciato della In­dustria 4.0, con una sola certezza non si può tornare indietro.

Maurizio Cattaneo, Amministratore di Global Service & Maintenance

Pubblicato il Dicembre 14, 2018 - (24 views)
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