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Racconti di uomini e luoghi in un’acciaieria del nord Italia, a cura di Lorenzo Valmachino (Capitolo 3)

La grande cassettiera in pino cembro, archivio fisico che custodisce ancora oggi i documenti della Cabina Collettrice
La grande cassettiera in pino cembro, archivio fisico che custodisce ancora oggi i documenti della Cabina Collettrice

Introduzione

Il nome di Gianfranco Trevisan ormai vi è fa­miliare. Assunto nel 1959 in una centrale idro­elettrica della Società Anonima Cogne, nella cosiddetta “squadra zero”, fa quella che si de­finisce la “gavetta”, prima come autista del di­rettore della centrale, poi anche postino. Quindi il trasferimento ad Aosta, alla Produzione, alla “galera”. Il reparto della teleferica sotterranea che lo segnerà profondamente. Dall’inferno al paradiso, il successivo passaggio alla Cabina Collettrice come addetto alle apparecchiature. Qui Trevisan si iscrive alla scuola di fabbrica, che lo accompagna nella conquista del titolo di perito elettrotecnico, dopo 7 anni. La strada è tracciata. Trevisan è pronto al salto, quando viene chiamato ad occuparsi dell’ampliamento della sottostazione.

Alessandro Ariu

Capitolo 3 – Storia di una fede

Ora, discorsi sulla metafisica del merca­to globale non appartengono ad un mode­sto formatore d’acciaieria, quindi mi limito, avendo da anni preso l’abitudine a tenere un preciso diario di fabbrica, ad appuntare sul mio taccuino alcune paroline che continua­vano a ronzarmi in testa, mentre Trevisan parlava, e, chissà perché, a guardarle sulla pagina bianca, mi sembrano gocce di san­gue: “flessibile, liquido, immateriale”, più uno sputo per terra: “soft”. Vago mendicante nel racconto di quest’industria che prometteva emancipazioni: - quando mi sono diplomato, […] sono stato chiamato dal direttore […] che mi ha concesso la specializzazione, cioè ope­raio specializzato... con un diploma in tasca e con anni di lavoro… lavoravo bene eh… perché avevo dei capi bravi, e poi mi piaceva il lavoro. M’ha detto che aveva fatto un atto di fede, perché dice: “da noi, per gli operai specializzati, ci vogliono 15 anni e quindi le faccio un atto di fede, però sappia che la tengo d’occhio”. “ Certo” – risponde Trevisan. Fiducia ben riposta, in quel ragazzo asciutto e veloce, che sale di livello, diventa impiegato e comincia a fare anche il disegnatore progettista. - Conoscevi tutto e avevi modo di imparare da tutti; anche solo comportamenti, molto civili, molto… non c’erano quei contrasti… – come in produzione, so che vorrebbe dirlo e ha ragione, è vero, parlano come sentono, quei siderurgici; invece, uomini degli impianti elettrici: - […] da ciascuno di loro imparavi sempre qualcosa[…]. Tutti ti possono insegnare, sta a te recepire da quelli che sono i più… esperti, sfruttare la loro esperienza per quello che è il tuo fine… - e gli collega una parola così lontana dall’efficientismo al servizio del profitto: - che poi, il tuo fine, è il bene - “il Bene”, mi guardo intorno un po’ spaesato e credo di essermi massaggiato le tempie -. Questo è stato il mio vantaggio: conoscevo tutto il personale e quando ho avuto bisogno […] di persone qualificate per fare certi lavori… sapevo chi andare a cercare. Gente qualificata, professionalmente preparata, brava, persone affidabili. […] Quando a noi si fermava una macchina […] dopo un quarto d’ora c’era tutta la…la… l’officina, il capo officina, il capo centrale, di notte, di giorno, pronti a cominciare subito, non il mattino dopo, subito. […] Una notte sono entrato…con i pantaloni del pigiama. Ho messo la giacca sopra, ma non mi sono ricordato dei pantaloni del pigiama e sono entrato; perché io, da casa, in 5 minuti ero sul posto di lavoro…e in pochi minuti riuscivo a capire dov’era l’errore, cosa potevamo fare… - adesso te lo faccio vedere io come si rimette in marcia un impianto!

E me li immagino con gli occhi che bruciano dalla febbre dell’aggiu­staggio, le mani nervose, e Trevisan in pigiama, senza una goccia di caffè in corpo, con la faccia ancora stanca e solcata, che tasta la macchina come un fantino farebbe col suo cavallo. Idealizzo? Certo, ma sentite qui: - questo vuol dire che proprio c’era… che proprio si sentiva… Per noi la macchina ferma era un fallimento. Non deve essere ferma. La macchina deve girare, deve girare, sempre, deve girare - è la storia di una fede che ha un credo semplice, le macchine non si devono fermare, di sapere tecnico e una serie di valori altrettanto irrinunciabili. Ascolto Trevisan perdersi nel ricordo di un intervento che quella sì che era un’emergenza e quello sì che era un pericolo e quello sì che era un manutentore e quello sì che era un premio: - in un altoforno si era guastata la soffiante, è mancata la combustione e praticamente […] ha finito di funzionare e praticamente, io e altri, siamo entrati dentro la bocca dell’altoforno…con dei tavoloni di pioppo spessi 10 centimetri […] che dopo pochi minuti prendevano fuoco… Se lo fai adesso, in un nanosecondo ti denunciano. C’era un manutentore bresciano… aveva due spalle come un armadio, con un cannello… una lancia…proprio…all’ultimo grido. E lui è riuscito a tagliare la soglia […] dove veniva insufflata l’aria che permetteva la combustione… ma un armadione! E poi, piano piano, è ripartito l’altoforno e l’allora am­ministratore delegato ha fatto venire un camion, ma dico un camion, di damigiane: allora il vino andava per la maggiore - vino e cannelli all’ultimo grido, che tempi. A questo punto, nell’intervista, si susse­guono una serie di aneddoti che inizialmente sembrano solo curiosi, d’un tratto convergono e diventa semplice indovinarne la direzione - noi, nei confronti dei siderurgici, non solo io naturalmente, aveva­mo un po’ la puzza sotto il naso. Noi avevamo un’altra mentalità… lo posso dire tranquillamente, molto più corretta – oh, finalmente, via sti sassolini dalla scarpa: - ad esempio da noi non c’era il cartellino. Le timbrature non esistevano - timbrature e siderurgici: meglio le sabbie mobili -; ma non c’era uno che arrivasse dieci minuti dopo. Così, inve­ce… io stesso l’ho sperimentato, due anni prima di andare in pensione, hanno messo anche a noi… - tale è la violenza che non riesce nean­che a pronunciarla, ma parla della timbratrice, oracolo di malvagità aziendale e guarda cosa ti combina: – io da quel momento rispettavo l’orario in modo os­sessivo, perché mi sentivo non libero di fare quello che ho fatto tutta la vita, che ho fatto trent’anni di lavoro alla Cogne senza cartelli­no: andavo-venivo-facevo-brigavo e tutto per la Società. Perché la Società mi ha dato tantis­simo-. Dietro lo sfogo si intuisce un cambio ermeneutico: dal lento e rigoroso apprendi­mento dell’abilità tecnica, legata all’esperien­za e all’organizzazione, alla capacità e possi­bilità d’improvvisare, l’originalità e la fantasia, l’autonomia decisionale. - Gli impianti elettrici mi hanno dato modo di qualificarmi. Potevano metterti a fare una funzione, quella, con tutti i… adesso li chiamano… diciamo che viene tut­to stabilito, decretato: devi fare questo, quello e quell’altro. La gente ha funzioni coi para­occhi. Allora funzionava veramente… Quando mi hanno detto “guarda, dobbiamo fare la sta­zione 220.000”, non sapevo neanche da che parte cominciare, “guarda, vai giù a Torino”, allora c’era la SIP, Società Idroelettrica Pie­montese, “e vedi di farti aiutare, perché noi ne sappiamo meno di te; però tu sei giovane, hai voglia”. - È giovane, lavoratore, volenteroso e ha studiato.

Ora è pronto per una di quelle sfide che se ri­esci sei un grande se fallisci una merda - e mi ricordo che sono andato giù […] e sono tor­nato a casa con la macchina piena di disegni. Piena. Perché già allora funzionava così, per quello che interessava a me, l’altissima ten­sione, 220.000, c’era chi faceva gli impianti di terra, chiuso. L’altro faceva le onde convo­gliate, chiuso. L’altro faceva le linee. L’altro faceva i trasformatori. L’altro faceva le misu­re. L’altro faceva le protezioni. E me li sono passati tutti in un giorno e ciascuno di loro mi ha dato un bel malloppo di cose. Quando sono arrivato a casa c’ho messo una settimana solo per schiarirmi le idee. E poi ho cominciato […] -. Ha cominciato l’ampliamento della sotto­stazione partendo dalle fondazioni, - mi chia­mavano tutti “geometra”. Andavo in cantiere… geometra qui, geometra là. […] Mi sono sentito di fare dagli schemi elettrici, tutte le protezio­ni, tutto quanto. Era un lavoro che dava molte soddisfazioni”.

 

... continua sul numero di Maggio di Manutenzione T&M

Pubblicato il Aprile 11, 2018 - (5405 views)
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