Inossidabili

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Racconti di uomini e luoghi in un’acciaieria del nord Italia. A cura di Lorenzo Valmachino (Capitolo 1)

Il “Variac”, solida cassetta usurata dal maneggiamento, molto più pesante di quanto parrebbe...
Il “Variac”, solida cassetta usurata dal maneggiamento, molto più pesante di quanto parrebbe...

Inauguriamo con questo numero una nuo­va rubrica, “Racconti di Manutenzione”, di cui presentiamo qui di seguito il primo di cinque capitoli. Essa nasce con l’intenzione di raccontare, diffondere e preservare uno dei tanti spaccati della storia della manutenzione in Ita­lia, attraverso la trascrizione delle testimonianze dirette di alcuni dei suoi protagonisti. Il racconto che vi apprestate a leggere fa parte di un più am­pio lavoro redatto da Lorenzo Valmachino, For­matore, ASPP dell’Area a Caldo, Manutenzione e Qualità di Cogne Acciai Speciali, il quale ha rea­lizzato una serie di interviste ad alcuni lavoratori e manutentori dell’acciaieria, che ne rappresen­tano la memoria storica. “INOSSIDABILI, raccon­ti di vita e lavoro in un’acciaieria occidentale”, è il titolo della tesi di Valmachino per il Master in Esperto in processi di formazione e sviluppo della sicurezza sul lavoro tenutosi presso l’Università degli Studi di Bergamo (relatore, prof. Stefano Tomelleri). Questa prima parte, introdotta da Ma­rio Guarino, Responsabile di Manutenzione della stessa Società, vuole essere solo un assaggio di ciò che troverete nei prossimi numeri, un’intro­duzione al mondo degli uomini “inossidabili”.

Introduzione

Risale ai primi anni del Novecento l’idea di realiz­zare uno stabilimento siderurgico in Valle d’Aosta, nelle immediate vicinanze delle materie prime e delle fonti energetiche. Fu l’opera di Pio Perrone e dell’Ansaldo a dare concretezza a questa visione e dal 1916 cominciò la costruzione di quell’industria, la Cogne Acciai Speciali, che ha seguìto per intero l’evoluzione e i destini della siderurgia nazionale, fino alla sua privatizzazione, avvenuta nel 1994, e ai piani di ammodernamento e rilancio che ne sono seguiti. La storia che qui si racconta è precedente a quest’ultima evoluzione. È una storia moderna, per gli anni in cui si sviluppa e per i temi su cui ci porta a riflettere. È una storia delle origini, per quelle centrali idroelettriche in cui si struttura e perché ha a che fare con valori eterni della vita e del lavoro. È una storia saltata fuori quasi casualmente, come molte storie d’altronde: do­vevamo solo raccogliere informazioni proprio sulla vecchia linea che collegava le centrali idroelettriche allo Stabilimento centrale di Aosta e invece…

Mario Guarino, Responsabile di Manutenzione di Cogne Acciai Speciali

Capitolo I – Una nuova scoperta

Oltre la porta antincendio, mi accoglie con una stretta di mano ed un sorriso ampio sul suo volto buono e a punta, gli occhi scuri e intelligenti, il modo e i toni sempre pacati; Ivan Zambon è il tecnico della Cabina Collettrice dal ’97 ed io sono andato nel suo reparto con indicazioni chiare: devo trovare i disegni della vecchia linea elettrica che alimentava la fabbrica prima dell’ampliamento, negli anni ’60, che l’ha portata agli attuali 220 KV. Ivan è sempre pronto ad aiutare (“obbligati” dice serio quando bisogna risolvere un problema che reputa importante) e, mentre andiamo nella zona più vecchia dell’edifico, mi racconta una storia come fossimo davanti a un focolare - tanto tempo fa, qui, c’erano gli uffici degli ingegneri della Collettrice - nella conclusione perde la poesia, bisogna dirlo, poi torna a scaldare parlandomi di un giovane elettricista che un richiamo nascosto trasformò in archeologo - giravo per la Collettrice, scendevo nei cunicoli, nelle cabine e un po’ dappertutto trovavo oggetti vecchi - muti testimoni del lavoro di fabbrica. Molti avrebbero lascia­to lì, abbandonato; altri avrebbero buttato via, dimenticato, o portato a casa, nascosto; lui no, Ivan ha raccolto: - ho raccolto tutto e portato in questi uffici. C’erano già armadi antichi, c’erano già cose antiche… di valore[…]. Io, pian piano, negli anni, tutte le cose che trovavo, che vole­vo tenere lì, come storia, che mi dispiaceva che andassero rotte, che le volevo vedere perché erano belle, volevo averne cura, le ho messe tutte in questi uffici qui -. Giro per la stanza di 30 mq con quest’uomo della mia età, che parla di vecchie attrezzature come fossero i figli; e sarà stato lui o il pavimento consumato da generazioni di piedi, il soffitto alto, con i finestroni che filtrano una calda luce mattutina, ma s’amplifica in me la sensazione strana che provo quando tasto il passato. Breve lista del passato che sto tastando: una scrivania con vecchia cassetta primo soccorso e Olivetti 84; un armadio contenente quantità innumerevole di misuratori di tensione da varie epoche, età del legno, età della plastica ed età della plasticaccia. Legno e plastica – sono più vecchi, hanno una buona classe di precisione, è tutto materiale da laboratori, […] quindi cose più delicate. Invece quelli neri sono più recenti e un po’ più grezzi - plasticaccia. Un “Variac”, solida cassetta usurata dal maneggiamento, molto più pesante di quanto parrebbe, forse a causa del contenuto – è una resistenza variabile – mi dice, tecnico, Ivan; poi cambia registro e aggiunge: - ehhh… bello il Variac: qua den­tro c’è una bestia -. Cinque valigioni neri che mi fanno pensare all’attrezzatura di un mago e invece sono della vecchia scuola di fabbri­ca: - queste sono troppo belle – le guarda con gli occhi felici - servivano per gli esperimenti guidati col professore; praticamente provavano i vari circuiti, era un gioco per elettricisti – e giocherella anche lui. Infine un grande armadio, in pino cembro, e una cassettiera. Sono pieni di vecchi documenti e ci immergiamo con la gioia delle persone che fanno qualcosa di appassio­nante. - Vedrai che lo troviamo – gli dico - ob­bligati - mi risponde. Il nostro ottimismo vol­teggia nella stanza quando Ivan apre un foglio ed eccolo: il disegno della vecchia linea a 70 KV. È in un gruppo di documenti che riempiono quattro cassetti e sono dedicati all’ampliamen­to della Cabina Sottostazione. Studi, richieste, pagamenti, decine di disegni. Su tutti, su tutto, in basso a destra, una firma in diagonale, sem­plice e ben leggibile: Trevisan. - Doveva essere un grande capo - dice Zambon e quella frase mi avrebbe obbligato a prolungare e modificare la ricerca sulla Collettrice: dovevo saperne di più, sul Grande Capo.

Venerdì 8 agosto 2014, ore 11. Incontro Gianfran­co Trevisan, classe 1940. Mi aspetto un Grande Capo, arriva un signore di semplice eleganza, pacato e profondo, snello e con le mani forti. Mi aspetto una Grande Storia, quello che a breve mi racconterà è il percorso di un uomo che si è fatto strada alla vecchia maniera: un viaggio par­tito umilmente; una lunga, lenta e costante acqui­sizione di abilità e professionalità, indivisibili dal suo percorso interiore, umano e collettivo. Im­pegno, resistenza, fedeltà ed un insieme di valori etici con cui riempie l’espressione “bella carrie­ra”, che mi ripeterà più volte durante l’intervista, che gli è costata trent’anni di lotte. Trevisan mi parla a bassa voce, sembra soffiare le parole, accompagna il racconto con movimenti discreti delle mani, suoni e immagini; sarò romantico, ma ho la sensazione che tutto il mondo si sia ferma­to per ascoltare la sua storia operosa ed emotiva, cominciata nella “squadra zero”, passata per la “galera” e arrivata in “Svizzera”. L’intervista è durata 85 minuti. Gli ho rivolto un paio di doman­de; la prima dopo più di mezz’ora: è la sua lunga narrazione e non c’è bisogno del mio intervento.

...Continua sul numero di Marzo di Manutenzione T&M

Pubblicato il Marzo 7, 2018 - (9587 views)
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